Convivere con l'adhd

Adhd: non ci siamo scelti, troppo spesso non ci vuoi…… lasciare

Ipoattività o… la sofferenza nel silenzio di Renate Mitchell*

Nota di “Convivere con l’ADHD”: Questo articolo è molto datato nel tempo ma a mio modo di vedere tratta un tema che quasi mai viene trattato dagli “esperti” di ADHD. Sarà un viaggio nuovo e molto interessante che ci farà capire molte cose. Buona lettura.
Grazie ad AIFA onlus per la traduzione e per averlo messo in rete.
AIFA Onlus – Associazione Italiana Famiglie ADHD www.aifaonlus.it

°°°°°°°°°°°°

Quando ho inserito il primo appello nel forum per invitare gli ipoattivi a scrivermi sulla loro vita non ho ricevuto neanche un’e-mail. Un po’ sorpresa ho fatto un secondo appello e nel giro di un mese mi sono arrivate soltanto quattro e-mail.
Come avrei potuto tirare fuori da questi pochi dati un articolo buono?
Ho letto e riletto queste e-mail. Abbastanza disperata e delusa ero già sulla via di comunicare a tutti che non ci sarebbe stato nessun articolo riguardo l’argomento a causa di assenza d’informazioni.
Di nuovo ho preso i miei appunti e le e-mail. «Non mi arrenderò così facilmente!» – mi ero detta!
Tante volte avevo letto quelle e-mail eppure all’improvviso mi sono arrabbiata per non essermi accorta di alcune frasi chiave: «Non so dove cominciare… ho vergogna di cominciare… Ci vuole un’eternità prima che riesca a fare qualcosa… Sono senza motivazione…»
Scioccata, cominciavo a realizzare che queste persone mi volevano aiutare ma che non ce la facevano a darsi una spinta per scrivermi.
Ho pensato, così, di fare un’ulteriore appello, questa volta con un limite di tempo. Nel giro di due giorni ho ricevuto altre quattro e-mail.
Già nella prima e-mail veniva menzionato un fatto che mi era sfuggito: «…c’è così tanto che potrei scrivere. Non so dove cominciare… Cosa vuoi sapere di preciso?».
Era una buona domanda. Volevo sapere com’è “essere ipoattivo”. Ma con questa domanda generica non potevo aspettarmi delle risposte, per cui mi sono seduta ed ho messo giù una lista di domande:

1. Quali sono i problemi principali nei quali vivi l’ipoattività?
2. Che effetto hanno questi problemi sulla vita quotidiana?
3. In quali ambiti della vita la tua ipoattività di frena di più?
4. Come ti senti paragonato ad altri riguardo la situazione emotiva?
5. La tua situazione emotiva è determinata dalla tua ipoattività?
6. Quali meccanismi hai sviluppato per velare la tua ipoattività e le problematiche che nascono?

Ho lasciato queste domande molto vaghe per avere uno sguardo preciso sulla storia di ciascuno.
I problemi principali dell’ipoattività si potevano trovare velocemente.

Al primo posto c’è la mancanza di forza motrice (mancanza di motivo, lentezza).
In qualche modo mi dava fastidio, perché nessun uomo di per se nasce senza forza motrice. Molte volte ho letto le lettere inviatemi e all’improvviso ci vedevo più chiaro.
Queste persone nascono molto introverse. Non fanno capire molto di loro stessi al mondo esterno. Quando trovano il coraggio di cacciare la testa dalla conchiglia della loro vita spesso vengono feriti o rifiutati. Molto presto nella loro vita gli viene assegnato il ruolo del “sopportatore”…
Il ruolo consiste nel fatto di sopportare tutto. Essere il più conformi possibili alle pretese del mondo esterno ed in caso di errore o fallimento caricarsi tutte le colpe.
Se ci penso che agli ipoattivi gli viene assegnato questo ruolo da parte del mondo esterno sempre e sempre, non importa quanto stiano cercando di rompere questa situazione come fanno loro – in modo del tutto silenzioso, non mi meraviglio più che queste persone non trovano la forza motrice.
Non importa cosa fanno, non sarà mai sufficiente. Sono predestinati ad essere i capri espiatori della società. È molto semplice e quasi divertente “suonargliele”, perchè raramente si difendono.
Anche agli iperattivi viene spesso dato il ruolo del capro espiatorio ma l’iperattivo ha degli scatti d’ira, va fuori norma e quindi non è più utile alla società.
L’ipoattivo non dà all’occhio. Assolve con molto senso di dovere i compiti assegnatigli.
Quando non riesce più ad assolverli, perché la pressione su di lui è troppa, allora va spesso a finire in forte depressione.

Si può parlare di ADD?
Certamente, perché i pensieri dell’ipoattivo sono altrettanto veloci e confusi (caos nella testa) come nell’iperattivo. Anche le difficoltà di concentrazione sono le stesse.
L’ipoattivo non soffre dell’irrequetezza motoria e per questo motivo spesso non si nota che una persona è colpita da questo disturbo.
Le umiliazioni (contro le quali l’iperattivo si ribella in vari modi) vengono sopportate e avviene solo una ribellione a livello di pensiero. Mentre l’iperattivo perde il controllo e prende a pugni, l’ipoattivo si ritira in se stesso. Non si tratta necessariamente di un “mondo di sogni”, ma spesso è così, ecco perché chiamati erroneamente “sognatori”.
Per molti ipoattivi la vita è sopportabile solo essendo spettatore della propria esistenza. Uno show che avviene solo nella loro testa e nel quale hanno la parte principale senza, però, nessuna influenza attiva sugli avvenimenti.
Altri veramente si costruiscono il loro mondo di sogni, nel quale in caso di necessità si possano ritirare. In quel mondo vengono trattati bene: vengono ascoltati, presi sul serio anche se non battono i pugni sul tavolo.
L’ansia ha un ruolo importante nella sintomatica dell’ipoattività. Paura di essere feriti, rifiutati, di fallire, di non essere in grado di assolvere il compito assegnato.
La combinazione dei fattori deficit di concentrazione, introversione, fuga dalla realtà (mondo dei sogni) ed ansie portano alla mancanza della forza motrice.
L’ipoattivo è come paralizzato. Vede arrivare i guai, ma non è in grado di evitarli diventando attivo. A causa di frequenti e ripetitive esperienze negative, l’ipoattivo si trova in un cerchio diabolico. Le conseguenze sono fatali. Possono arrivare alla completa arresa di se stessi (rassegnazione, suicidio) fino alla perdita assoluta della realtà e che sono le conseguenze più gravi!
L’ipoattività ha delle conseguenze su tutti gli ambiti della vita come anche l’iperattività. Non si può escludere nessun ambito della vita. Naturalmente ognuno ha le proprie capacità particolari che possono variare molto da individuo ad individuo ma spesso l’ipoattivo in esse non trova abbastanza rinforzo positivo per uscire dal cerchio diabolico. Tali ambiti, nei quali l’ipoattivo “funziona perfettamente”, gli danno la possibilità di andare avanti ma non di fare dei cambiamenti.

Alla domanda su “Come l’ipoattivo si vede emotivamente riguardo gli altri”, la risposta è stata quasi standard: «Sono quasi sempre un po’ più triste, un po’ più depresso, un po’ più melancolico degli altri».
È ovvio che l’ipoattivo possiede un mondo emotivo di sentimenti intenso a causa della sua introversione però non ha mai imparato ad esprimerli. Durante il suo sviluppo non può valutare più come potrebbe mai trasmettere dei sentimenti. Ciò causa l’idea sbagliata negli altri che questa persona sia “fredda”, “senza sentimenti”, “dura”. Le lacrime silenziose che l’ipoattivo spesso versa in segreto non vengono notate o vengono considerate “fuori luogo” da chi sta attorno.
La ricezione sbagliata di chi gli sta attorno è già pre-programmata. Secondo me il problema principale esiste dalla prima infanzia ed è un malinteso tra la persona ipoattiva e il suo ambiente, condizionato dalla mancata comprensione e comunicazione.

Quando rifletto sulla vita di una persona ipoattiva posso notare che…
Il bambino è silenzioso e non dà all’occhio. Si adatta, ma prima o poi viene scoperto a causa del disturbo della concentrazione. Velocemente segue la condanna da parte del circondato. Il bambino è stupido, ha poca resa, non è resistente. Il bambino però già da adesso non riesce ad esprimere quanto sta soffrendo. Nei casi più gravi segue un comportamento auto-aggressivo (aggressioni contro la propria persona). Prima che il bambino sarà in grado di esprimere la sua sofferenza in parole e/o di farsi capire, i suoi modi comportamentali saranno stati già incanalati. Il bambino non vede in se la possibilità di cambiare la propria situazione, anche se dovesse evadere dalla sua introversione. L’adolescente ipoattivo o si isola dal suo ambiente (“sta solo davanti al pc”) oppure cerca di dimenticare e di “narcotizzarsi” (abuso d’alcool, droghe).
La pressione della sofferenza è immensa e non ha valvola per scaricarsi. L’unica strada che vede la persona ipoattiva è l’isolamento. Ogni essere umano può sopportare solo una certa misura di sofferenza. Quando viene raggiunto il limite, l’ipoattivo preferisce sfuggire invece di rafforzare i suo limiti. Questo comportamento veniva impartito all’ipoattivo nell’educazione nella sua infanzia, perchè la ribellione non veniva tollerata. L’ipoattivo impara che il dolore può essere evitato solo attraverso la fuga. L’aspetto di questa “fuga” è individuale.
Quasi in contrasto sta il comportamento della madre ipoattiva che combatte per la propria famiglia come una leonessa. Qui si scarica spesso tutta l’energia accumulata.
Queste mamme, a quanto pare, hanno coscienza della responsabilità di essere “madri più alte” delle altre. Esattamente, qui non vogliono fallire. Qui investono tutta la loro energia. Spesso trascurano loro stesse. Si esauriscono per gli altri nel contesto della loro responsabilità auto-imposta. Qui il pericolo di non credere più in se stesse.
Cresciute con la sensazione di non essere mai sufficienti per le pretese degli altri, queste mamme si identificano attraverso i figli o anche il marito. Nel profondo del cuore desiderano la tranquillità, i compiti che le piacciono adeguati alle loro abilità e soprattutto desiderano l’approvazione.
La stessa cosa naturalmente vale anche per gli uomini. Molti uomini si identificano solo tramite la loro professione o famiglia. L’ambiente però s’aspetta un’altra immagine di uomo e questo fatto porta ad altre sensazioni di fallimento che spesso vengono assorbite attraverso sempre più lavoro, alcool o altre forme di fuga dalla realtà.

Nelle risposte sulla domanda “Quali meccanismi vengono adottati per velare l’ipoattività ed i problemi connessi ad essa” si possono trovare velocemente due fili rossi.
Da un lato l’ipoattivo si cerca un campo nel quale funziona assolutamente e lavora in modo conseguente per raggiungere questa perfezione. Se si tratta della famiglia, della professione o di un hobby non ha importanza, l’importante è avere un ambito nel quale “si funziona”. Così si riesce ad accettare meglio il fallimento negli altri ambiti, si può parlare che avviene una iperfocalizzazione in un determinato ambito.
Dall’altro lato i pazienti ipoattivi spesso cercano una persona che agisce per loro e si fidano di essa al 100%. Questa persona prende il commando nella vita dell’ipoattivo e lo “commanda” in tutto e per tutto, dandogli le strutture necessarie.
Anche gli iperattivi spesso si cercano un tale partner, ma si ribellano quando ci sono delle situazioni che vanno contro la loro natura. Invece l’ipoattivo si lancia in una dipendenza totale senza ribellarsi. L’approvazione o il riconoscimento spesso vengono trascurati e quindi l’ipoattivo soffre per questa dipendenza, ma non è in grado di liberarsene. Dipendenza che non si limita solo alla sfera privata di coppia, ma spesso si trova anche nella costellazione familiare (relazione madre – figlio) o sul lavoro.
La personalità, il carattere, per non dire l’anima della persona ipoattiva ADD viene continuamente soppressa. La sofferenza cresce e prende delle dimensioni sempre più grandi. I risultati in questa situazione di vita sono vasti, dalla rassegnazione totale alla depressione fortissima o addirittura al suicidio.
Se la relazione di dipendenza viene interrotta all’improvviso, l’ipoattivo ADD spesso è in aria e le strutture elaborate con fatica nel contesto della dipendenza crollano.
Ognuno può immaginarsi le conseguenze.

Purtroppo non ho della letteratura di specialisti sull’ipoattività ma solo delle lettere di persone ipoattive. Eventuali duplicazioni con la letteratura di specialisti non è intenzionale.

Renate Mitchell  “Portatrice” adhd e madre di 3 figli adhd…. traduzione di Scibetta Janine referente AIFA onlus per Palermo – Ipoattività foto24.11.2002

2 thoughts on “Ipoattività o… la sofferenza nel silenzio di Renate Mitchell*

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.