Convivere con l'adhd

Adhd: non ci siamo scelti, troppo spesso non ci vuoi…… lasciare

“Finalmente mi hai visto, finalmente ci sei!” by redazione di Convivere con l’ADHD

Nota di Convivere con l’ADHD: Ho sollecitato questa donna, sposa e madre che conosco di persona, affinché raccontasse la sua vita fino ad oggi con l’ADHD, e com’è cambiata in questi ultimi mesi.
E’ la sua una testimonianza inedita e molto pregnante, che racconta la tenace lotta di una donna per convivere ed attenuare in qualche modo un disturbo così pervasivo, e la ringrazio dal profondo del cuore per averla scritta, ed avermi dato la possibilità di poterla ospitare per primo e di poterla pubblicare nel blog.
Spero che emozioni voi, almeno quanto ha emozionato me.

A 38 anni mi è stato diagnosticato l’ADHD.
La vita della maggior parte delle persone è in salita. Si nasce spensierati, per poi diventare sempre più impegnati mano a mano che crescono le responsabilità. Per me è stato l’inverso.
La mia infanzia è stata una continua lotta, non perché non fossi nutrita, pulita e ben vestita, ma perché il mio corpo e la mia mente sembravano andare da se.

L’elenco delle sensazioni che mi davano fastidio era molto lungo, dai tessuti ai rumori, agli odori fino alle sensazioni interne, inclusa quella costante spinta a fare che è caratteristica dell’adhd.

Ero costantemente immersa in una specie di “flusso di coscienza”, un pensiero simile al sogno dove le immagini si susseguivano ad un ritmo serrato, con un andamento non lineare e certamente poco razionale. Parlo di immagini, ma nel mio caso si trattava di visioni dai contorni molto sfocati, con una massiccia componente verbale. Io non parlo a me stessa, immagino conversazioni con altri. E’ il mio modo di processare la realtà.

Questo muro di pensieri mi impediva di seguire le conversazioni. Immaginate la scena. Alle elementari si formavano capannelli di ragazze che parlavano del più e del meno. Io seguivo la conversazione per i primi momenti, poi mi perdevo. Ad un certo punto mi si chiedeva un’opinione e io mettevo insieme i primi e gli ultimi stralci di conversazione. Risate. “Quello che hai detto non c’entra niente!”

Anche l’iperattività non è come uno se la immagina. Per me significa avere un costante senso di insoddisfazione anche dopo giornate piene da scoppiare, anche se tra un’attività e l’altra non c’è praticamente soluzione di continuità, anche se faccio due o tre cose insieme. Leggere, mangiare, ascoltare la musica, parlare al telefono, purché si alleviasse quella sensazione.

Da bambina leggevo sempre, ho raggiunto il record di fumetti di Paperino letti e riletti e riletti. Quando avevo un po’ di spazio mi mettevo a correre, altrimenti cercavo sfogo dove potevo. Se non avevo sfogo diventavo profondamente inquieta e irritabile e finivo per attaccare briga con i miei genitori.

Mi sentivo inferiore ai miei genitori. Ricordo che mia madre aveva mani grandi, forti e precise. Io avevo mani corte, deboli e traballanti. Quando si discuteva lei rimaneva quasi impassibile, al massimo aveva un’espressione perplessa o preoccupata. Io non riuscivo a controllarmi. Piangevo e urlavo per ore fino a sentirmi esausta, poi mi sentivo in colpa.

L’adolescenza è andata meglio, finalmente potevo aiutarmi da sola! A scuola andavo bene, avevo una mia strategia. Studiavo ore e ore, camminando avanti e indietro. I primi anni avevo qualche voto basso, anche insufficienze, poi ho scoperto il trucco: dovevo far capire ai professori che studiavo. Non mancavo mai di memorizzare un dettaglio del libro di testo da esibire alle interrogazioni. Era il mio modo per far capire che se non sapevo alcune cose era perché semplicemente…non le ricordavo. Inoltre, scrivevo tutto quello che il professore diceva durante le lezioni, in modo da non dover fare affidamento sui miei ricordi. La mia nemesi erano i compiti in classe. Fruscii e sussurri cancellavano in un colpo i miei pensieri e dovevo riprendere il filo. Di solito imbastivo qualcosa l’ultima ora, con la mia orribile grafia piena di cancellature.

Verso i 20 anni ho avuto un disturbo alimentare. Continuavo a sentirmi inferiore e volevo fare qualcosa per controllarmi, per migliorare. Ho pensato di controllare l’alimentazione per arrivare a controllare il comportamento: non è stato così.
Ho finito per stare più male di prima e ci sono voluti diversi trattamenti, anche farmacologici, per ritornare ad un equilibrio decente. L’adhd intanto era lì, indisturbato.

Nel frattempo, mi sono fatta una vita. Cambiavo spesso lavoro, non avevo un punto fermo. Ero sempre in movimento, sempre inquieta. Così per anni, tra alti e bassi, sempre più abile a gestire un modo di essere che ormai mi appariva immutabile. Non potevo cooperare con altre persone? Ne facevo a meno. Non potevo costruirmi una carriera? Ho imparato a risparmiare.

Qualche mese fa mi è stato diagnosticato anche l’adhd. Ho iniziato subito la terapia farmacologica con Strattera. Di solito ci vogliono almeno 4 settimane prima di vedere i benefici. Io li ho visti dalla prima somministrazione. Ho percepito un allentamento di una sensazione di costante tensione muscolare che io francamente pensavo facesse parte dell’umana esperienza, invece era solo parte della mia.

Dopo un paio di mesi ho messo per la prima volta a fuoco il viso di mio figlio. Io non ci vedo bene, pur portando lenti a contatto molto forti con le quali mi avvicino ad una vista normale. Eppure non vedo le cose. Non le osservo.
Lui anche mi ha guardato con un’espressione che da sola vale una vita. Era come se mi dicesse:
“Finalmente mi hai visto, finalmente ci sei!”.

2 thoughts on ““Finalmente mi hai visto, finalmente ci sei!” by redazione di Convivere con l’ADHD

  • Luigi ha detto:

    È come guardarsi allo specchio,un viaggio veloce e preciso che taglia l’intimo di chi sa di avere questa sindrome pur senza il sigillo di un esame clinico,di chi se la sente cucita addosso da decenni. Di chi ha un figlio di quasi dieci anni che ne soffre.Dà anche speranza è questa è una cosa importante.

    • Paolo ha detto:

      Ciao Luigi. Spero che tu possa trovare, se già non è accaduto, aiuto adeguato per i vostri bisogni.
      Se avessi bisofno, fai un fischio.
      In bocca al lupo.

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